SI INASPRISCONO LE PROVOCAZIONI E LE AGGRESSIONI FASCISTE IN VENEZUELA CONTRO IL GOVERNO SOCIALISTA
I guarimberos ora sparano: 3 morti
—Geraldina Colotti, 13.3.2014 “Il Manifesto”
Venezuela. Il segretario di Stato Usa Kerry torna a minacciare «sanzioni», se dovesse fallire il «dialogo auspicato»

↳ proteste contro Maduro: gli oltranzisti bruciano l'immagine di Chavez
© Reuters
Altre tre persone uccise dai cecchini in Venezuela, due civili e un agente della Guardia nacional bolivariana (Gnb). È successo a Valencia, nello stato Carabobo, dove continuano le guarimbas di opposizione: barricate di legno, cemento, spazzatura, chiodi a quattro punte e trappole con fil di ferro steso da un lato all’altro della strada.
Agli incendi e alle devastazioni, i gruppi oltranzisti ora hanno aggiunto gli omicidi mirati, e i morti sono 26. Mercoledì, a un mese dalle proteste studentesche contro il governo, esplose il 12 febbraio, si è avuto un picco di violenza a seguito delle manifestazioni di segno opposto che si sono svolte in tutto il paese.
I focolai destabilizzanti si sono ridotti di numero, ma gli incappucciati hanno alzato la posta in alcuni bastioni governati dall’opposizione, quella che ha come unico obiettivo la «salida», l’uscita del presidente Maduro. Una strategia destabilizzante spinta a fondo negli stati in cui gli interessi in gioco sono più forti: nel Tachira, al confine con la Colombia, frontiera di contrabbando e manovre dei paramilitari colombiani. Nel Merida, maggior centro universitario e turistico dell’ovest venezuelano. O nel Carabobo, sede del principale porto che rifornisce di alimenti e prodotti il paese e importante snodo autostradale del centro-nord.
A Caracas, le guarimbas o le battiture di casseruole (cazerolasos) sono esplose nei quartieri di classe medio alta, governati dai sindaci di opposizione in 4 municipi sui 5 che formano la capitale. Il fulcro rimane Chacao, e la zona di piazza Altamira. Un luogo simbolo per l’opposizione, che vi ha impostato sempre le sue azioni più dure: dalle rivolte di 14 militari contro Chavez, nel 2002, alle guarimbas del 2004, a quelle odierne. Mercoledì è stata assaltata e devastata la Torre britannica, che ospita uffici governativi e anche famiglie in difficoltà, che aspettano l’assegnazione di una casa popolare.
La moto di un Gbn è stata incendiata, ma il militare è riuscito a salvarsi. Un albero secolare è stato dato alle fiamme e l’immagine degli incappucciati che si godevano lo spettacolo, seduti su una panchina di fronte, indicava la distanza siderale tra questa parte del paese e le Commissioni per la pace istituite dal governo in tutto il Venezuela. «Stanno commettendo un ecocidio in tutto il paese», ha denunciato un gruppo di deputati in parlamento.
Per contrastare un progetto di paese che intacca i privilegi, le classi dominanti si sono affidate a un conglomerato esplosivo: di gruppi nazi-fascisti o importati comeLa mano bianca o Javu, che sono l’equivalente locale dei gruppi a guida Cia come Otpor, visto all’opera durante le rivolte nella ex Jugoslavia e anche nelle «primavere arabe»; di manovalanza criminale (pagata con l’equivalente del salario minimo per una settimana) o «casinisti» di vario tipo, venuti a sfogarsi, secondo l’invito degli ideologhi delle guarimbe. Vi sono, però, anche residui di un gruppo armato degli anni ’60 come Bandera Roja che, dopo un iniziale appoggio al chavismo, ha deciso di cambiare casacca per problemi di poltrone: e ora tenta di trarre vantaggio dal disordine, in un’improbabile larga intesa di segno eversivo. Non se la prendono con le cliniche private, ma con le infrastrutture mediche gratuite, di cui tutti si servono, gestite dai medici cubani.
Distruggono le case popolari in costruzione, le strutture del Metro, aggrediscono i lavoratori e i piccoli commercianti, bruciano i camion di alimenti e svuotano quelli di carburante.
Il 12 marzo, la destra ha cercato di nuovo lo scontro di piazza tra gli studenti del suo campo e quelli chavisti, che hanno sfilato nella capitale. La polizia ha impedito il contatto con scudi e lacrimogeni. In un incontro con gli studenti, che non hanno lesinato critiche ma hanno avanzato proposte, alla notizia di altri morti, Maduro ha però annunciato «misure drastiche contro tutti quei settori che stanno attaccando il popolo o ammazzandolo». Intanto, proseguono i lavori delle Commissioni per la pace, messe in campo in tutto il paese tra governo e opposizione.
Dal Cile, dove si sono riuniti i 12 ministri degli Esteri, l’organismo regionale ha ribadito l’appoggio al governo legittimo del Venezuela, ha respinto minacce e ingerenze esterne, e ha invitato al dialogo «tutti i democratici». Precisa, al riguardo, la dichiarazione della presidente cilena, Michelle Bachelet: «Non appoggerò mai azioni contro un governo legittimo, eletto democraticamente». Il segretario di Stato Usa Kerry, è invece tornato a minacciare «sanzioni» se il «dialogo» auspicato dal Washington fallisce.
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In Venezuela è a rischio la democrazia
— Ignacio Ramonet (*), 25.2.2014 “Il Manifesto”

↳ Il presidente venezuelano Maduro
© Reuters
Nei mesi scorsi, in Venezuela, ci sono state quattro elezioni decisive: due presidenziali, il voto per i governatori e infine le municipali. Tutte vinte dal blocco della rivoluzione bolivariana. Nessun risultato è stato impugnato dalle missioni degli osservatori internazionali. La votazione più recente ha avuto luogo appena due mesi fa… E si è conclusa con una netta vittoria –11,5% di differenza – dei chavisti. Da quando Hugo Chávez ha assunto la presidenza nel 1999, tutte le tornate elettorali mostrano che, sociologicamente, l’appoggio alla rivoluzione bolivariana è maggioritario.
In America latina, Chávez è stato il primo leader progressista – dai tempi di Salvador Allende – che ha scelto la via democratica per arrivare al potere. Non si può capire il chavismo se non si considera il suo carattere profondamente democratico.
La scommessa di Chávez ieri, e di Nicolás Maduro oggi, è il socialismo democratico. Una democrazia non solo elettorale. Anche economica, sociale, culturale… In 15 anni il chavismo ha consentito a milioni di persone – che in quanto poveri non avevano carta d’identità – lo statuto di cittadini e ha consentito loro di votare. Ha devoluto oltre il 42% del bilancio dello Stato agli investimenti sociali. Ha tolto dalla povertà 5 milioni di persone. Ha ridotto la mortalità infantile. Ha sradicato l’analfabetismo. Ha moltiplicato per cinque il numero di maestri nella scuola pubblica (da 65.000 a 350.000). Ha creato 11 nuove università. Ha concesso pensioni d’anzianità a tutti i lavoratori (incluso quelli del settore informale)… Questo spiega l’appoggio popolare che ha sempre avuto Chávez, e le recenti vittorie elettorali di Nicolás Maduro.
Perché allora le proteste? Non dimentichiamo che il Venezuela chavista – che custodisce le principali riserve di idrocarburi del pianeta – è stato (e sarà) sempre oggetto di tentativi di destabilizzazione e di campagne mediatiche sistematicamente ostili.
Nonostante si sia unita sotto la leadership di Henrique Capriles, l’opposizione ha perso quattro elezioni in successione. Di fronte a questo fallimento, la sua frazione più di destra, legata agli Stati uniti e diretta dal golpista Leopoldo López, punta ora su un colpo di stato a lenta combustione. E applica le tecniche del manuale di Gene Sharp.
In una prima fase: creare lo scontento mediante l’accaparramento massiccio dei prodotti di prima necessità; far credere nell’incompetenza del governo; fomentare manifestazioni di scontento; e intensificare la persecuzione mediatica.
Dal 12 febbraio, gli oltranzisti sono passati alla seconda fare, propriamente insurrezionale: utilizzare lo scontento di un gruppo sociale (una minoranza di studenti) per provocare proteste violente, e arresti; organizzare manifestazioni di solidarietà con i detenuti; introdurre tra i manifestanti pistoleri con il compito di provocare vittime da ambedue i lati (la perizia balistica ha stabilito che gli spari che hanno ucciso a Caracas, il 12 febbraio, lo studente Bassil Alejandro Dacosta e il chavista Juan Montoya provenivano dalla stessa pistola, una Glock calibro 9 mm); incrementare le proteste e il loro livello di violenza; raddoppiare l’attacco mediatico, con l’appoggio delle reti sociali, contro la repressione del governo; farer in modo che le grandi istituzioni umanitarie condannino il governo per l’uso smisurato della violenza; ottenere che i governi amici lancino avvertimenti alle autorità locali.…
Siamo in questa tappa. E dunque: è a rischio la democrazia in Venezuela? Sì, perché è minacciata, una volta di più, dal golpismo di sempre.
* Direttore dell’edizione spagnola del Diplo
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Parla Maduro: «L’unica primavera è quella bolivariana»
—Geraldina Colotti, 15.3.2014 “Il Manifesto”
Venezuela. Il presidente Maduro risponde alle domande del manifesto

↳ Manifestanti anti governativi in Venezuela
© Reuters
«I golpisti hanno cercato di presentare una falsa primavera venezuelana, ma i loro fiori sono secchi: perché la primavera del popolo venezuelano è cominciata con il governo socialista, ed è stata capace di passare dalla protesta alla proposta». A Miraflores, il presidente Nicolas Maduro risponde ai giornalisti. Il manifesto ha potuto rivolgergli domande dirette.
Sullo schermo, scorre un video delle violenze che, dal 12 febbraio, hanno provocato 28 morti. Si scorge un giornalista della Cnn fraternizzare con gli oltranzisti, e agenti delle polizie locali facilitare le devastazioni. Il presidente illustra i dati del ministro degli Interni Miguel Rodriguez Torres, presente al tavolo insieme a quello degli Esteri, Elias Jaua: «Solo il 36% dei 1.529 fermati (105 dei quali detenuto), risulta essere studente». Su 350 feriti, 250 sono civili, 109 funzionari di polizia o militari. Come hanno precisato a Ginevra — durante il XXV Consiglio per i diritti umani dell’Onu – sia la Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz che la Difensora per i diritti umani, Gabriela Ramirez, molti dei feriti o dei morti sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco: «il che dimostra che la natura delle proteste è tutt’altro che pacifica».
A Ginevra, l’Onu ha lodato il Venezuela per aver rispettato i diritti umani, 29 paesi dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) hanno rigettato la proposta di ingerenza negli affari interni di Caracas proposta da Usa e Panama. E i ministri degli Esteri della Unasur invieranno una missione per sostenere le Conferenze per la pace e la vita messe in atto dal governo in tutto il paese. «Se l’opposizione avesse accettato il dialogo fin dall’inizio – dice Maduro – non saremo arrivati a questo punto. Invece sono codardi e lasciano che un gruppo di golpisti fomentati da Washington alzino la tensione nel paese. Destabilizzare il Venezuela, significa però incendiare tutta la regione, perché l’epoca dei golpe è finita. Non è più come ai tempi di Allende, e non siamo soli. Questo popolo è disposto a difendere la rivoluzione con la vita, passerebbe alla resistenza armata».
Le sanzioni pronte negli Usa contro il Venezuela? Maduro ironizza: «Se vogliono bloccarci i visti, facciano, ci sarà meno gente che corre a Miami. Vuol dire che mi toccherà andare a piedi per partecipare alla prossima conferenza sul clima a cui mi ha invitato Ban Ki-moon».
Poi si rivolge a Obama: «Lo stanno spingendo verso l’abisso. Voglia il cielo che il primo presidente nero degli Stati uniti non debba passare alla storia come assassino del Venezuela». Maria Corina Machado, parte dei trio di oltranzisti che ha promosso la campagna per «la salida» (l’uscita) di Maduro dal governo, è stata ricevuta dal presidente del Panama, Ricardo Martinelli, in prima fila contro il Venezuela. Maduro ha interrotto le relazioni politiche e ha congelato il debito contratto dagli imprenditori venezuelani col Panama. Un debito gonfiato «per aiutare gli industriali venezuelani a sfuggire al controllo dei cambi e ottenere più dollari», hanno ammesso personaggi del governo panamense. Chiediamo al presidente quanto pesi questa vicenda sul dialogo in corso tra il suo governo e i grandi imprenditori: «Pagheremo tutto, fino all’ultimo bolivar – risponde Maduro – il Venezuela non ha debiti con nessuno, ma pagheremo il giusto, e senza ingerenze«.
Ma le nuove misure economiche, che vanno incontro alla costante richiesta di dollari degli imprenditori e agevolano l’impresa privata, non saranno scontate dai lavoratori? Non ci sarà un aumento dei prezzi e un cedimento al modello neoliberista? La parte avversa non finirà per zavorrare il socialismo bolivariano? Maduro risponde ancora al manifesto: «Per avere più risorse da distribuire al popolo, abbiamo bisogno di sviluppo industriale, di sovranità alimentare, ma il nostro sistema sociale non corre rischi: se i prezzi salgono, aumenteremo di più i salari e i benefici, come abbiamo sempre fatto. Lo abbiamo previsto. E presto sottoporremo al paese la richiesta di aumentare un poco il prezzo della benzina. Con quel che voi pagate in Italia un litro di benzina, qui riforniamo 6 fuoristrada, si deve pagare un poco».
Chiediamo ancora: la notte delle
elezioni presidenziali, il 14 aprile, lei ha detto che il leader sconfitto
dell’opposizione, Henrique Capriles, aveva chiamato per proporgli di spartirsi
il potere, alla maniera tipica della IV repubblica. Ora che Capriles sembra
volersi smarcare dalla via golpista e che una parte della Mesa de la
unidad democratica (Mud) avanza proposte per dialogare, quei meccanismi
torneranno in gioco? «Con l’opposizione ci sono molti contatti – risponde il
presidente – ma il dialogo non è fra strutture, non è fra il Psuv
e la Mud. Per questo, se occorre, ci sarà una riunione specifica. Il
nostro invito riguarda tutta la società. La democrazia partecipativa
e protagonista ha superato i meccanismi di concertazione
dall’alto. Oltretutto, la Mud ha un doppio discorso: parla di dialogo
e copre i «guarimberos». E chiede a noi di criminalizzare
i collettivi territoriali, che sono stati un argine durante la IV
repubblica e ora sono una risorsa preziosa e matura del proceso
bolivariano».
Un paese in assemblea permanente, dalle piazze a Mirafiori. l livello
di maturità politica esistente nel paese a tutti i livelli sociali
è impressionante. Nei governi della IV repubblica, oltre il 50% della
popolazione disertava le urne, com’è accaduto giorni fa alle legislative
in Colombia. Qui, invece, la «democrazia partecipativa e protagonista»
non è uno slogan per addetti ai lavori. La parola cultura assume senso
pieno, come si è visto dalla partecipazione alla Fiera internazionale
del libro, che si è aperta venerdì. Una forza che si riflette nei profili
delle tante donne giovanissime e preparate che provengono dai collettivi
di quartiere e dalle organizzazioni popolari, presenti nel governo
ai più alti livelli.
I grandi media privati, parte in causa nel conflitto (di classe), cercano di intorpidire l’immaginario presentando lo «sciopero dei ricchi» come rivolta giovanile contro «la dittatura». Ma basterebbe trascorrere una settimana in questo caleidoscopico bazar di idee e prospettive per comprendere l’assurdità della definizione.
Giovedì, nella capitale hanno sfilato operai di tutte le categorie. Ieri si è svolta una marcia moltitudinaria «per il rispetto delle Forze armate e per la pace». Maduro ha consegnato 40 case popolari completamente ammobiliate agli operai del quartiere di Santa Cruz (nello stato di Miranda), e ha annunciato fondi per 100 milioni di bolivar per lo sviluppo locale. Durante il mese di proteste, sono state consegnate oltre 15.000 case popolari. Per il 2014, i fondi destinati all’edilizia pubblica ammontano a 56mila milioni di bolivar, che si aggiungono ai 15.600 milioni stanziati questa settimana per la viabilità e le infrastrutture. Frutteranno oltre 70.000 posti di lavoro.
Diversi progetti riguardano la tutela dei mototaxi. I «motorizados» sono circa 2 milioni, organizzati in cooperative e impegnate al contempo nei collettivi di quartiere. Un settore informale a cui il socialismo bolivariano ha dato fisionomia e diritti. Il governo li ha incontrati giovedì all’Hotel Alba, dove si è svolto un capitolo della Conferenza nazionale per la pace. C’erano anche i collettivi di «motorizados con discapacidad», venuti all’incontro sulle loro sedie a rotelle. Prima della vittoria di Chávez (1998), il Venezuela contava 700.000 universitari, ora ha 2 milioni e 600.000 studenti universitari (il II posto in America latina e il V nel mondo) e un sistema totalmente gratuito. Gli studenti, in Venezuela come in altre parti del mondo, sono stati l’innesco per altri movimenti popolari, come nel ’68 in Italia o in Francia. Qui, solo una parte degli universitari di destra si è fatta abbindolare dalle «guarimbas», gli altri se ne sono distanziati e hanno ripreso i corsi. Pur consapevole delle difficoltà esistenti, la maggioranza degli strati popolari ha imparato da che parte stare.
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«Siamo vittime di un piano eversivo che dura dal 2010»
—Geraldina Colotti, 15.3.2014 “IlManifesto”
Venezuela. Parla il ministero dell'interno

↳ Il ministro dell'interno venezuelano Rodriguez
© Reuters
«Preferiamo un edificio danneggiato piuttosto che la morte di un ragazzo per mano di un poliziotto. Siamo un governo socialista, rivoluzionario e umanista», dice al manifesto il ministro degli Interni giustizia e pace, Miguel Rodriguez Torres. Dopo aver partecipato all’assemblea con i «motorizados», mangia di corsa un’arepa e ci riceve per l’intervista.
A un mese dall’inizio delle proteste studentesche, cosa sta succedendo?
Il Venezuela è vittima di un piano eversivo che inizia verso la fine del 2010, orchestrato dalla destra più estrema con il concorso di gruppi e forze esterne che vivono organizzando cospirazioni: da Miami, dalla Colombia, dall’Europa o dagli Usa. Avrebbero voluto agire come stanno facendo ora durante l’ultimo governo Chavez, ma non si sono date le condizioni, perché il Comandante nel 2012 ha vinto con un margine di oltre un milione di voti. Così ci hanno provato quando Maduro ha ottenuto uno scarto molto più ridotto su Henrique Capriles, il 14 aprile. Hanno gridato alla frode e hanno danno avvio a tutto quel che lei sta vedendo ora: tutt’altro che una rivolta spontanea, come indica l’organizzazione militare delle proteste, l’escalation, le armi. Sia chiaro, esiste un contesto oggettivo e certamente alcuni nostri errori politici che stiamo cercando di correggere e che provocano disagio nella popolazione: mancano alcuni prodotti, si fanno le code… Esiste uno scenario di crisi strutturale del capitalismo che per noi si configura come crisi contingente, ma che non intendiamo risolvere secondo il modello del Fondo monetario internazionale. Abbiamo ancora molto da fare, per questo stiamo ascoltando le proposte di tutti, anche quelle degli industriali. Ma in questo si inserisce l’azione dei grandi manovratori, dei grandi gruppi economici interessati ad accentuare il disagio per far man bassa delle risorse petrolifere.
Chi sono i “guarimberos”?
Bisogna fare un piccolo sforzo di memoria, ricordarsi alcuni episodi e nomi. Quando ancora c’era Chavez arrestammo 150 paramilitari nella tenuta di Robert Alonso, un cubano-venezuelano che ora è a Miami. È lui l’ideologo della «guarimba», connesso a una rete di fascisti a livello internazionale e locale: da Alvaro Uribe in Colombia a Otto Reis negli Usa, a Leopoldo Lopez o alla grande amica di George Bush, Maria Corina Machado che gira le università a infiammare i nostri ragazzi contro «la dittatura cubana in Venezuela» e poi si camuffa da pacifista.
I leader studenteschi di questa protesta violenta sono stati in un campo di addestramento paramilitare che si è tenuto in Messico nel 2010 e che, in codice, era «la festa messicana». C’era gente di Otpor, gemellata coi nazifascisti locali di Javu, a insegnare le tecniche di Gene Sharp per il «golpe suave». C’erano alcuni attuali sindaci di opposizione. Javu nasce per opera dell’ex governatore dello stato Carabobo, Salas Romer, puro prodotto dell’oligarchia, che ha fatto fortuna come imprenditore all’ombra di Leopoldo Lopez.
I media privati parlano di migliaia di arresti, di torture e violazioni dei diritti umani.
Vorrei che i lettori italiani capissero che la politica in Venezuela è totalmente mediatizzata per dare l’idea di un paese violento e allo sbando. Si è addirittura parlato di uno studente violentato con la canna di un fucile. Al Ministerio Publico esiste la Direzione dei diritti fondamentali e una squadra di magistrati molto severi con la polizia che registra ogni abuso e lo persegue, e in questo caso non ha riscontrato elementi. Può venire qui qualunque osservatore internazionale e si renderà conto che, in tema di ordine pubblico, abbiamo applicato la forza solo quando era realmente necessario. Ci sono 28 morti, quasi tutti provocati dalle «guarimbas», funzionari e militanti uccisi con armi da fuoco. Se avessimo voluto reprimere, avremmo concluso tutto in due giorni, ne abbiamo la forza. Ma siamo un governo socialista, rivoluzionario e umanista che ha messo al centro il dialogo e il rispetto dei diritti umani.
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