SI INASPRISCONO LE PROVOCAZIONI E LE AGGRESSIONI FASCISTE IN VENEZUELA CONTRO IL GOVERNO SOCIALISTA

 

 

 

 

I guarimberos ora sparano: 3 morti

 

—Geraldina Colotti, 13.3.2014 “Il Manifesto”

Venezuela. Il segretario di Stato Usa Kerry torna a minacciare «sanzioni», se dovesse fallire il «dialogo auspicato»

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 proteste contro Maduro: gli oltranzisti bruciano l'immagine di Chavez

© Reuters

 

Altre tre per­sone uccise dai cec­chini in Vene­zuela, due civili e un agente della Guar­dia nacio­nal boli­va­riana (Gnb). È suc­cesso a Valen­cia, nello stato Cara­bobo, dove con­ti­nuano le gua­rim­bas di oppo­si­zione: bar­ri­cate di legno, cemento, spaz­za­tura, chiodi a quat­tro punte e trap­pole con fil di ferro steso da un lato all’altro della strada.

Agli incendi e alle deva­sta­zioni, i gruppi oltran­zi­sti ora hanno aggiunto gli omi­cidi mirati, e i morti sono 26. Mer­co­ledì, a un mese dalle pro­te­ste stu­den­te­sche con­tro il governo, esplose il 12 feb­braio, si è avuto un picco di vio­lenza a seguito delle mani­fe­sta­zioni di segno oppo­sto che si sono svolte in tutto il paese.

I foco­lai desta­bi­liz­zanti si sono ridotti di numero, ma gli incap­puc­ciati hanno alzato la posta in alcuni bastioni gover­nati dall’opposizione, quella che ha come unico obiet­tivo la «salida», l’uscita del pre­si­dente Maduro. Una stra­te­gia desta­bi­liz­zante spinta a fondo negli stati in cui gli inte­ressi in gioco sono più forti: nel Tachira, al con­fine con la Colom­bia, fron­tiera di con­trab­bando e mano­vre dei para­mi­li­tari colom­biani. Nel Merida, mag­gior cen­tro uni­ver­si­ta­rio e turi­stico dell’ovest vene­zue­lano. O nel Cara­bobo, sede del prin­ci­pale porto che rifor­ni­sce di ali­menti e pro­dotti il paese e impor­tante snodo auto­stra­dale del centro-nord.

A Cara­cas, le gua­rim­bas o le bat­ti­ture di cas­se­ruole (caze­ro­la­sos) sono esplose nei quar­tieri di classe medio alta, gover­nati dai sin­daci di oppo­si­zione in 4 muni­cipi sui 5 che for­mano la capi­tale. Il ful­cro rimane Cha­cao, e la zona di piazza Alta­mira. Un luogo sim­bolo per l’opposizione, che vi ha impo­stato sem­pre le sue azioni più dure: dalle rivolte di 14 mili­tari con­tro Cha­vez, nel 2002, alle gua­rim­bas del 2004, a quelle odierne. Mer­co­ledì è stata assal­tata e deva­stata la Torre bri­tan­nica, che ospita uffici gover­na­tivi e anche fami­glie in dif­fi­coltà, che aspet­tano l’assegnazione di una casa popolare.

La moto di un Gbn è stata incen­diata, ma il mili­tare è riu­scito a sal­varsi. Un albero seco­lare è stato dato alle fiamme e l’immagine degli incap­puc­ciati che si gode­vano lo spet­ta­colo, seduti su una pan­china di fronte, indi­cava la distanza side­rale tra que­sta parte del paese e le Com­mis­sioni per la pace isti­tuite dal governo in tutto il Vene­zuela. «Stanno com­met­tendo un eco­ci­dio in tutto il paese», ha denun­ciato un gruppo di depu­tati in parlamento.

Per con­tra­stare un pro­getto di paese che intacca i pri­vi­legi, le classi domi­nanti si sono affi­date a un con­glo­me­rato esplo­sivo: di gruppi nazi-fascisti o impor­tati comeLa mano bianca o Javu, che sono l’equivalente locale dei gruppi a guida Cia come Otpor, visto all’opera durante le rivolte nella ex Jugo­sla­via e anche nelle «pri­ma­vere arabe»; di mano­va­lanza cri­mi­nale (pagata con l’equivalente del sala­rio minimo per una set­ti­mana) o «casi­ni­sti» di vario tipo, venuti a sfo­garsi, secondo l’invito degli ideo­lo­ghi delle gua­rimbe. Vi sono, però, anche resi­dui di un gruppo armato degli anni ’60 come Ban­dera Roja che, dopo un ini­ziale appog­gio al cha­vi­smo, ha deciso di cam­biare casacca per pro­blemi di pol­trone: e ora tenta di trarre van­tag­gio dal disor­dine, in un’improbabile larga intesa di segno ever­sivo. Non se la pren­dono con le cli­ni­che pri­vate, ma con le infra­strut­ture medi­che gra­tuite, di cui tutti si ser­vono, gestite dai medici cubani.

Distrug­gono le case popo­lari in costru­zione, le strut­ture del Metro, aggre­di­scono i lavo­ra­tori e i pic­coli com­mer­cianti, bru­ciano i camion di ali­menti e svuo­tano quelli di carburante.

Il 12 marzo, la destra ha cer­cato di nuovo lo scon­tro di piazza tra gli stu­denti del suo campo e quelli cha­vi­sti, che hanno sfi­lato nella capi­tale. La poli­zia ha impe­dito il con­tatto con scudi e lacri­mo­geni. In un incon­tro con gli stu­denti, che non hanno lesi­nato cri­ti­che ma hanno avan­zato pro­po­ste, alla noti­zia di altri morti, Maduro ha però annun­ciato «misure dra­sti­che con­tro tutti quei set­tori che stanno attac­cando il popolo o ammaz­zan­dolo». Intanto, pro­se­guono i lavori delle Com­mis­sioni per la pace, messe in campo in tutto il paese tra governo e opposizione.

Dal Cile, dove si sono riu­niti i 12 mini­stri degli Esteri, l’organismo regio­nale ha riba­dito l’appoggio al governo legit­timo del Vene­zuela, ha respinto minacce e inge­renze esterne, e ha invi­tato al dia­logo «tutti i demo­cra­tici». Pre­cisa, al riguardo, la dichia­ra­zione della pre­si­dente cilena, Michelle Bache­let: «Non appog­gerò mai azioni con­tro un governo legit­timo, eletto demo­cra­ti­ca­mente». Il segre­ta­rio di Stato Usa Kerry, è invece tor­nato a minac­ciare «san­zioni» se il «dia­logo» auspi­cato dal Washing­ton fallisce.

 

 

 

 

 

 

 

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In Venezuela è a rischio la democrazia

 

— Ignacio Ramonet (*), 25.2.2014 “Il Manifesto”

 

 Il presidente venezuelano Maduro

© Reuters

Nei mesi scorsi, in Vene­zuela, ci sono state quat­tro ele­zioni deci­sive: due pre­si­den­ziali, il voto per i gover­na­tori e infine le muni­ci­pali. Tutte vinte dal blocco della rivo­lu­zione boli­va­riana. Nes­sun risul­tato è stato impu­gnato dalle mis­sioni degli osser­va­tori inter­na­zio­nali. La vota­zione più recente ha avuto luogo appena due mesi fa… E si è con­clusa con una netta vit­to­ria –11,5% di dif­fe­renza – dei cha­vi­sti. Da quando Hugo Chá­vez ha assunto la pre­si­denza nel 1999, tutte le tor­nate elet­to­rali mostrano che, socio­lo­gi­ca­mente, l’appoggio alla rivo­lu­zione boli­va­riana è maggioritario.

In Ame­rica latina, Chá­vez è stato il primo lea­der pro­gres­si­sta – dai tempi di Sal­va­dor Allende – che ha scelto la via demo­cra­tica per arri­vare al potere. Non si può capire il cha­vi­smo se non si con­si­dera il suo carat­tere pro­fon­da­mente democratico.

La scom­messa di Chá­vez ieri, e di Nico­lás Maduro oggi, è il socia­li­smo demo­cra­tico. Una demo­cra­zia non solo elet­to­rale. Anche eco­no­mica, sociale, cul­tu­rale… In 15 anni il cha­vi­smo ha con­sen­tito a milioni di per­sone – che in quanto poveri non ave­vano carta d’identità – lo sta­tuto di cit­ta­dini e ha con­sen­tito loro di votare. Ha devo­luto oltre il 42% del bilan­cio dello Stato agli inve­sti­menti sociali. Ha tolto dalla povertà 5 milioni di per­sone. Ha ridotto la mor­ta­lità infan­tile. Ha sra­di­cato l’analfabetismo. Ha mol­ti­pli­cato per cin­que il numero di mae­stri nella scuola pub­blica (da 65.000 a 350.000). Ha creato 11 nuove uni­ver­sità. Ha con­cesso pen­sioni d’anzianità a tutti i lavo­ra­tori (incluso quelli del set­tore infor­male)… Que­sto spiega l’appoggio popo­lare che ha sem­pre avuto Chá­vez, e le recenti vit­to­rie elet­to­rali di Nico­lás Maduro.

Per­ché allora le pro­te­ste? Non dimen­ti­chiamo che il Vene­zuela cha­vi­sta – che custo­di­sce le prin­ci­pali riserve di idro­car­buri del pia­neta – è stato (e sarà) sem­pre oggetto di ten­ta­tivi di desta­bi­liz­za­zione e di cam­pa­gne media­ti­che siste­ma­ti­ca­mente ostili.

Nono­stante si sia unita sotto la lea­der­ship di Hen­ri­que Capri­les, l’opposizione ha perso quat­tro ele­zioni in suc­ces­sione. Di fronte a que­sto fal­li­mento, la sua fra­zione più di destra, legata agli Stati uniti e diretta dal gol­pi­sta Leo­poldo López, punta ora su un colpo di stato a lenta com­bu­stione. E applica le tec­ni­che del manuale di Gene Sharp.

In una prima fase: creare lo scon­tento mediante l’accaparramento mas­sic­cio dei pro­dotti di prima neces­sità; far cre­dere nell’incom­pe­tenza del governo; fomen­tare mani­fe­sta­zioni di scon­tento; e inten­si­fi­care la per­se­cu­zione mediatica.

Dal 12 feb­braio, gli oltran­zi­sti sono pas­sati alla seconda fare, pro­pria­mente insur­re­zio­nale: uti­liz­zare lo scon­tento di un gruppo sociale (una mino­ranza di stu­denti) per pro­vo­care pro­te­ste vio­lente, e arre­sti; orga­niz­zare mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà con i dete­nuti; intro­durre tra i mani­fe­stanti pisto­leri con il com­pito di pro­vo­care vit­time da ambe­due i lati (la peri­zia bali­stica ha sta­bi­lito che gli spari che hanno ucciso a Cara­cas, il 12 feb­braio, lo stu­dente Bas­sil Ale­jan­dro Daco­sta e il cha­vi­sta Juan Mon­toya pro­ve­ni­vano dalla stessa pistola, una Glock cali­bro 9 mm); incre­men­tare le pro­te­ste e il loro livello di vio­lenza; rad­dop­piare l’attacco media­tico, con l’appoggio delle reti sociali, con­tro la repres­sione del governo; farer in modo che le grandi isti­tu­zioni uma­ni­ta­rie con­dan­nino il governo per l’uso smi­su­rato della vio­lenza; otte­nere che i governi amici lan­cino avver­ti­menti alle auto­rità locali.…

Siamo in que­sta tappa. E dun­que: è a rischio la demo­cra­zia in Vene­zuela? Sì, per­ché è minac­ciata, una volta di più, dal gol­pi­smo di sem­pre.

 

* Diret­tore dell’edizione spa­gnola del Diplo

 

 

 

 

 

 

 

 

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Parla Maduro: «L’unica primavera è quella bolivariana»

 

—Geraldina Colotti, 15.3.2014 “Il Manifesto”

Venezuela. Il presidente Maduro risponde alle domande del manifesto

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 Manifestanti anti governativi in Venezuela

© Reuters

 

«I gol­pi­sti hanno cer­cato di pre­sen­tare una falsa pri­ma­vera vene­zue­lana, ma i loro fiori sono sec­chi: per­ché la pri­ma­vera del popolo vene­zue­lano è comin­ciata con il governo socia­li­sta, ed è stata capace di pas­sare dalla pro­te­sta alla pro­po­sta». A Mira­flo­res, il pre­si­dente Nico­las Maduro risponde ai gior­na­li­sti. Il mani­fe­sto ha potuto rivol­ger­gli domande dirette.

Sullo schermo, scorre un video delle vio­lenze che, dal 12 feb­braio, hanno pro­vo­cato 28 morti. Si scorge un gior­na­li­sta della Cnn fra­ter­niz­zare con gli oltran­zi­sti, e agenti delle poli­zie locali faci­li­tare le deva­sta­zioni. Il pre­si­dente illu­stra i dati del mini­stro degli Interni Miguel Rodri­guez Tor­res, pre­sente al tavolo insieme a quello degli Esteri, Elias Jaua: «Solo il 36% dei 1.529 fer­mati (105 dei quali dete­nuto), risulta essere stu­dente». Su 350 feriti, 250 sono civili, 109 fun­zio­nari di poli­zia o mili­tari. Come hanno pre­ci­sato a Gine­vra — durante il XXV Con­si­glio per i diritti umani dell’Onu – sia la Pro­cu­ra­trice gene­rale Luisa Ortega Diaz che la Difen­sora per i diritti umani, Gabriela Rami­rez, molti dei feriti o dei morti sono stati rag­giunti da colpi di arma da fuoco: «il che dimo­stra che la natura delle pro­te­ste è tutt’altro che pacifica».

A Gine­vra, l’Onu ha lodato il Vene­zuela per aver rispet­tato i diritti umani, 29 paesi dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) hanno riget­tato la pro­po­sta di inge­renza negli affari interni di Cara­cas pro­po­sta da Usa e Panama. E i mini­stri degli Esteri della Una­sur invie­ranno una mis­sione per soste­nere le Con­fe­renze per la pace e la vita messe in atto dal governo in tutto il paese. «Se l’opposizione avesse accet­tato il dia­logo fin dall’inizio – dice Maduro – non saremo arri­vati a que­sto punto. Invece sono codardi e lasciano che un gruppo di gol­pi­sti fomen­tati da Washing­ton alzino la ten­sione nel paese. Desta­bi­liz­zare il Vene­zuela, signi­fica però incen­diare tutta la regione, per­ché l’epoca dei golpe è finita. Non è più come ai tempi di Allende, e non siamo soli. Que­sto popolo è dispo­sto a difen­dere la rivo­lu­zione con la vita, pas­se­rebbe alla resi­stenza armata».

Le san­zioni pronte negli Usa con­tro il Vene­zuela? Maduro iro­nizza: «Se vogliono bloc­carci i visti, fac­ciano, ci sarà meno gente che corre a Miami. Vuol dire che mi toc­cherà andare a piedi per par­te­ci­pare alla pros­sima con­fe­renza sul clima a cui mi ha invi­tato Ban Ki-moon».

Poi si rivolge a Obama: «Lo stanno spin­gendo verso l’abisso. Voglia il cielo che il primo pre­si­dente nero degli Stati uniti non debba pas­sare alla sto­ria come assas­sino del Vene­zuela». Maria Corina Machado, parte dei trio di oltran­zi­sti che ha pro­mosso la cam­pa­gna per «la salida» (l’uscita) di Maduro dal governo, è stata rice­vuta dal pre­si­dente del Panama, Ricardo Mar­ti­nelli, in prima fila con­tro il Vene­zuela. Maduro ha inter­rotto le rela­zioni poli­ti­che e ha con­ge­lato il debito con­tratto dagli impren­di­tori vene­zue­lani col Panama. Un debito gon­fiato «per aiu­tare gli indu­striali vene­zue­lani a sfug­gire al con­trollo dei cambi e otte­nere più dol­lari», hanno ammesso per­so­naggi del governo pana­mense. Chie­diamo al pre­si­dente quanto pesi que­sta vicenda sul dia­logo in corso tra il suo governo e i grandi impren­di­tori: «Paghe­remo tutto, fino all’ultimo boli­var – risponde Maduro – il Vene­zuela non ha debiti con nes­suno, ma paghe­remo il giu­sto, e senza ingerenze«.

Ma le nuove misure eco­no­mi­che, che vanno incon­tro alla costante richie­sta di dol­lari degli impren­di­tori e age­vo­lano l’impresa pri­vata, non saranno scon­tate dai lavo­ra­tori? Non ci sarà un aumento dei prezzi e un cedi­mento al modello neo­li­be­ri­sta? La parte avversa non finirà per zavor­rare il socia­li­smo boli­va­riano? Maduro risponde ancora al mani­fe­sto: «Per avere più risorse da distri­buire al popolo, abbiamo biso­gno di svi­luppo indu­striale, di sovra­nità ali­men­tare, ma il nostro sistema sociale non corre rischi: se i prezzi sal­gono, aumen­te­remo di più i salari e i bene­fici, come abbiamo sem­pre fatto. Lo abbiamo pre­vi­sto. E pre­sto sot­to­por­remo al paese la richie­sta di aumen­tare un poco il prezzo della ben­zina. Con quel che voi pagate in Ita­lia un litro di ben­zina, qui rifor­niamo 6 fuo­ri­strada, si deve pagare un poco».

Chie­diamo ancora: la notte delle ele­zioni pre­si­den­ziali, il 14 aprile, lei ha detto che il lea­der scon­fitto dell’opposizione, Hen­ri­que Capri­les, aveva chia­mato per pro­por­gli di spar­tirsi il potere, alla maniera tipica della IV repub­blica. Ora che Capri­les sem­bra volersi smar­care dalla via gol­pi­sta e che una parte della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) avanza pro­po­ste per dia­lo­gare, quei mec­ca­ni­smi tor­ne­ranno in gioco? «Con l’opposizione ci sono molti con­tatti – risponde il pre­si­dente – ma il dia­logo non è fra strut­ture, non è fra il Psuv e la Mud. Per que­sto, se occorre, ci sarà una riu­nione spe­ci­fica. Il nostro invito riguarda tutta la società. La demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta ha supe­rato i mec­ca­ni­smi di con­cer­ta­zione dall’alto. Oltre­tutto, la Mud ha un dop­pio discorso: parla di dia­logo e copre i «gua­rim­be­ros». E chiede a noi di cri­mi­na­liz­zare i col­let­tivi ter­ri­to­riali, che sono stati un argine durante la IV repub­blica e ora sono una risorsa pre­ziosa e matura del pro­ceso boli­va­riano».
Un paese in assem­blea per­ma­nente, dalle piazze a Mira­fiori. l livello di matu­rità poli­tica esi­stente nel paese a tutti i livelli sociali è impres­sio­nante. Nei governi della IV repub­blica, oltre il 50% della popo­la­zione diser­tava le urne, com’è acca­duto giorni fa alle legi­sla­tive in Colom­bia. Qui, invece, la «demo­cra­zia par­te­ci­pa­tiva e pro­ta­go­ni­sta» non è uno slo­gan per addetti ai lavori. La parola cul­tura assume senso pieno, come si è visto dalla par­te­ci­pa­zione alla Fiera inter­na­zio­nale del libro, che si è aperta venerdì. Una forza che si riflette nei pro­fili delle tante donne gio­va­nis­sime e pre­pa­rate che pro­ven­gono dai col­let­tivi di quar­tiere e dalle orga­niz­za­zioni popo­lari, pre­senti nel governo ai più alti livelli.

I grandi media pri­vati, parte in causa nel con­flitto (di classe), cer­cano di intor­pi­dire l’immaginario pre­sen­tando lo «scio­pero dei ric­chi» come rivolta gio­va­nile con­tro «la dit­ta­tura». Ma baste­rebbe tra­scor­rere una set­ti­mana in que­sto calei­do­sco­pico bazar di idee e pro­spet­tive per com­pren­dere l’assurdità della definizione.

Gio­vedì, nella capi­tale hanno sfi­lato ope­rai di tutte le cate­go­rie. Ieri si è svolta una mar­cia mol­ti­tu­di­na­ria «per il rispetto delle Forze armate e per la pace». Maduro ha con­se­gnato 40 case popo­lari com­ple­ta­mente ammo­bi­liate agli ope­rai del quar­tiere di Santa Cruz (nello stato di Miranda), e ha annun­ciato fondi per 100 milioni di boli­var per lo svi­luppo locale. Durante il mese di pro­te­ste, sono state con­se­gnate oltre 15.000 case popo­lari. Per il 2014, i fondi desti­nati all’edilizia pub­blica ammon­tano a 56mila milioni di boli­var, che si aggiun­gono ai 15.600 milioni stan­ziati que­sta set­ti­mana per la via­bi­lità e le infra­strut­ture. Frut­te­ranno oltre 70.000 posti di lavoro.

Diversi pro­getti riguar­dano la tutela dei moto­taxi. I «moto­ri­za­dos» sono circa 2 milioni, orga­niz­zati in coo­pe­ra­tive e impe­gnate al con­tempo nei col­let­tivi di quar­tiere. Un set­tore infor­male a cui il socia­li­smo boli­va­riano ha dato fisio­no­mia e diritti. Il governo li ha incon­trati gio­vedì all’Hotel Alba, dove si è svolto un capi­tolo della Con­fe­renza nazio­nale per la pace. C’erano anche i col­let­tivi di «moto­ri­za­dos con disca­pa­ci­dad», venuti all’incontro sulle loro sedie a rotelle. Prima della vit­to­ria di Chá­vez (1998), il Vene­zuela con­tava 700.000 uni­ver­si­tari, ora ha 2 milioni e 600.000 stu­denti uni­ver­si­tari (il II posto in Ame­rica latina e il V nel mondo) e un sistema total­mente gra­tuito. Gli stu­denti, in Vene­zuela come in altre parti del mondo, sono stati l’innesco per altri movi­menti popo­lari, come nel ’68 in Ita­lia o in Fran­cia. Qui, solo una parte degli uni­ver­si­tari di destra si è fatta abbin­do­lare dalle «gua­rim­bas», gli altri se ne sono distan­ziati e hanno ripreso i corsi. Pur con­sa­pe­vole delle dif­fi­coltà esi­stenti, la mag­gio­ranza degli strati popo­lari ha impa­rato da che parte stare.

 

 

 

 

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«Siamo vittime di un piano eversivo che dura dal 2010»

 

—Geraldina Colotti, 15.3.2014 “IlManifesto”

 

Venezuela. Parla il ministero dell'interno

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 Il ministro dell'interno venezuelano Rodriguez

© Reuters

 

«Pre­fe­riamo un edi­fi­cio dan­neg­giato piut­to­sto che la morte di un ragazzo per mano di un poli­ziotto. Siamo un governo socia­li­sta, rivo­lu­zio­na­rio e uma­ni­sta», dice al mani­fe­sto il mini­stro degli Interni giu­sti­zia e pace, Miguel Rodri­guez Tor­res. Dopo aver par­te­ci­pato all’assemblea con i «moto­ri­za­dos», man­gia di corsa un’arepa e ci riceve per l’intervista.

A un mese dall’inizio delle pro­te­ste stu­den­te­sche, cosa sta succedendo?

Il Vene­zuela è vit­tima di un piano ever­sivo che ini­zia verso la fine del 2010, orche­strato dalla destra più estrema con il con­corso di gruppi e forze esterne che vivono orga­niz­zando cospi­ra­zioni: da Miami, dalla Colom­bia, dall’Europa o dagli Usa. Avreb­bero voluto agire come stanno facendo ora durante l’ultimo governo Cha­vez, ma non si sono date le con­di­zioni, per­ché il Coman­dante nel 2012 ha vinto con un mar­gine di oltre un milione di voti. Così ci hanno pro­vato quando Maduro ha otte­nuto uno scarto molto più ridotto su Hen­ri­que Capri­les, il 14 aprile. Hanno gri­dato alla frode e hanno danno avvio a tutto quel che lei sta vedendo ora: tutt’altro che una rivolta spon­ta­nea, come indica l’organizzazione mili­tare delle pro­te­ste, l’escalation, le armi. Sia chiaro, esi­ste un con­te­sto ogget­tivo e cer­ta­mente alcuni nostri errori poli­tici che stiamo cer­cando di cor­reg­gere e che pro­vo­cano disa­gio nella popo­la­zione: man­cano alcuni pro­dotti, si fanno le code… Esi­ste uno sce­na­rio di crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo che per noi si con­fi­gura come crisi con­tin­gente, ma che non inten­diamo risol­vere secondo il modello del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale. Abbiamo ancora molto da fare, per que­sto stiamo ascol­tando le pro­po­ste di tutti, anche quelle degli indu­striali. Ma in que­sto si inse­ri­sce l’azione dei grandi mano­vra­tori, dei grandi gruppi eco­no­mici inte­res­sati ad accen­tuare il disa­gio per far man bassa delle risorse petrolifere.

Chi sono i “guarimberos”?

Biso­gna fare un pic­colo sforzo di memo­ria, ricor­darsi alcuni epi­sodi e nomi. Quando ancora c’era Cha­vez arre­stammo 150 para­mi­li­tari nella tenuta di Robert Alonso, un cubano-venezuelano che ora è a Miami. È lui l’ideologo della «gua­rimba», con­nesso a una rete di fasci­sti a livello inter­na­zio­nale e locale: da Alvaro Uribe in Colom­bia a Otto Reis negli Usa, a Leo­poldo Lopez o alla grande amica di George Bush, Maria Corina Machado che gira le uni­ver­sità a infiam­mare i nostri ragazzi con­tro «la dit­ta­tura cubana in Vene­zuela» e poi si camuffa da pacifista.

I lea­der stu­den­te­schi di que­sta pro­te­sta vio­lenta sono stati in un campo di adde­stra­mento para­mi­li­tare che si è tenuto in Mes­sico nel 2010 e che, in codice, era «la festa mes­si­cana». C’era gente di Otpor, gemel­lata coi nazi­fa­sci­sti locali di Javu, a inse­gnare le tec­ni­che di Gene Sharp per il «golpe suave». C’erano alcuni attuali sin­daci di oppo­si­zione. Javu nasce per opera dell’ex gover­na­tore dello stato Cara­bobo, Salas Romer, puro pro­dotto dell’oligarchia, che ha fatto for­tuna come impren­di­tore all’ombra di Leo­poldo Lopez.

I media pri­vati par­lano di migliaia di arre­sti, di tor­ture e vio­la­zioni dei diritti umani.

Vor­rei che i let­tori ita­liani capis­sero che la poli­tica in Vene­zuela è total­mente media­tiz­zata per dare l’idea di un paese vio­lento e allo sbando. Si è addi­rit­tura par­lato di uno stu­dente vio­len­tato con la canna di un fucile. Al Mini­ste­rio Publico esi­ste la Dire­zione dei diritti fon­da­men­tali e una squa­dra di magi­strati molto severi con la poli­zia che regi­stra ogni abuso e lo per­se­gue, e in que­sto caso non ha riscon­trato ele­menti. Può venire qui qua­lun­que osser­va­tore inter­na­zio­nale e si ren­derà conto che, in tema di ordine pub­blico, abbiamo appli­cato la forza solo quando era real­mente neces­sa­rio. Ci sono 28 morti, quasi tutti pro­vo­cati dalle «gua­rim­bas», fun­zio­nari e mili­tanti uccisi con armi da fuoco. Se aves­simo voluto repri­mere, avremmo con­cluso tutto in due giorni, ne abbiamo la forza. Ma siamo un governo socia­li­sta, rivo­lu­zio­na­rio e uma­ni­sta che ha messo al cen­tro il dia­logo e il rispetto dei diritti umani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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